Se anche “Il Post” dice che non siamo pronti agli scenari più catastrofici
Chi avrebbe mai immaginato, nel gennaio 2020, che a distanza di pochi mesi l’Italia, l’Europa e il mondo intero si sarebbero fermati a causa di una pandemia? Probabilmente in pochi, sebbene i segnali fossero presenti già prima che l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarasse l’“emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale”.
Non si è trattato solo di una sottovalutazione del problema — in parte anche quello, certo — ma di una più ampia difesa cognitiva. Una sorta di gigantesco effetto NIMBY, con il dettaglio tutt’altro che trascurabile che il corso degli eventi non è arrestabile con una semplice opposizione. Al contrario: gli scenari catastrofici, quando si innescano, tendono ad aprire spirali drammaticamente rapide, dagli effetti devastanti.
È per questo che l’articolo “Non siamo fatti per immaginarci in guerra” pubblicato da Il Post, un giornale che ha costruito la propria identità su una divulgazione chiara e accessibile anche ai non addetti ai lavori, assume un significato più profondo. Se lo stesso articolo fosse apparso su altre testate — ad esempio Formiche.net — avrebbe avuto un peso e una lettura completamente diversi.
Per questo motivo vi invito a leggerlo, senza anticiparne i contenuti, limitandomi a sottolineare questo passaggio: “In generale abbiamo un rapporto duplice con gli scenari più catastrofici, come le guerre, le pandemie e gli eventi collettivi che mettono a rischio la sopravvivenza. Da una parte ne siamo affascinati e attratti, come dimostrano testi sacri e innumerevoli prodotti culturali sul tema della fine del mondo, specialmente nelle culture occidentali”.
In definitiva, l’elemento davvero rilevante non è tanto il contenuto dell’articolo in sé — che conferma lo stile divulgativo del giornale — quanto il fatto che sia apparso proprio su quelle pagine. E questo non perché rappresenti un termometro dell’opinione pubblica, che qui non è l’oggetto dell’analisi, ma perché segnala una crescente attenzione verso scenari complessi, un tempo considerati marginali o impensabili.
